Copeau, quando era ormai anziano, diceva che il lavoro teatrale gli appariva alla fin fine uno spreco: per essere un buon attore o una buona attrice servono l’ingegno, lo zelo, la perseveranza e il rigore che occorrono per farsi santi. Ma allora, perché non farsi santi?

Già quattro secoli fa una domanda simile risuonò su un viottolo della Castiglia. Era Sancho Pancia che chiedeva a Don Chisciotte: se il meglio che si può fare è essere santi, perché tanti sacrifici e tante fatiche per essere cavalieri? Santi e cavalieri sono lo stesso, rispose Don Chisciotte.

Questo paradosso è una verità, ma è anche una risposta? Che vuol dire essere “santo”, se uno non crede a quel che impongono le  chiese?

Voglio io essere “santo”? Certamente no. Lo vogliono forse i miei attori? Riderebbero e rideremmo a questa domanda. Lo vogliono i miei spettatori? Non credo.

Eppure, se “santo” significasse un egoismo fino all’abnegazione, blasfemia fino a scoperta nostro malgrado del sacro, se significasse essere miscredenti nei confronti di tutti i maestri, anche di coloro che insegnano e praticano la miscredenza, allora non potremmo forse riconoscerci in questa parola misteriosa, in questo paradosso?

Che cosa significa essere miscredenti verso il proprio tempo, verso il proprio lavoro, verso se stessi? Si può essere leali e miscredenti insieme?

E.Barba “Teatro. Solitudine, mestiere, rivolta” 1996

Come prendersi sul serio se guardandosi indietro non ce n’è una di verità? In principio la tua storia la creano gli altri, di solito il processo non dà adito a dubbi. In generale le persone ti mettono in fila gli stessi eventi: dal loro punto di vista, è certo, ma tu la vedi una linea. Ecco una storia a cui puoi credere, la tua. I ricordi verranno di conseguenza, non resta che proseguire.

Ma quando ognuno ti rivela una tua storia, ognuna diversa da tutte le altre raccontante? Uso il presente, parlo di fatti. Allora ogni ricordo è interpretazione a farla molto semplice. Manca il paradigma.

Un meccanismo senza maniglia, la porta non si apre, così non posso chiuderla. Ho provato a fare finta ma il dubbio sta all’ angolo. Vedi come spuntano le cose, ci si concentra sul dubbio e viene un angolo. Quale angolo?

Poni in fondo a destra questo angolo, così si comincia. La tua di destra! Quella è la sinistra, il punto di riferimento sei tu. Grazie, è tutto lì, il punto. Comunque.

Chi ha riempito questo posto di cianfrusaglie rotte, vecchie? Volevo un posticino liscio, di legno. Chi lo ha fatto questo, io? E questo io, ?

Di me, ricordo un cancello. Perché non ho deciso di metterci dei vasetti di gerani? Perché vi ho posto sopra un cartello a dir poco spaventoso? 

Sarebbero caduti? Li avresti lasciati morire di sete? Lascia fare, non era tempo.

A che può servire un cancello che dà sul nulla? Che cosa passo? 

E a cosa servono invece dei bei gerani sul nulla, a farlo grazioso? 

No, ma perché fidarsi di lui e non del resto?

Perché il resto l’hai detto tu/ non lo ricordi? Perché non ricordi/ quello che dici?

Hai ragione. Mi era passato di mente il cancello/vero/? Mi era rimasta l’idea. Quindi ora ho un cancello, mio, un angolo, perché è capitato, e una sedia. Una sedia ci vuole.

Dio che macabro.

Sì. Ma se li ho davvero posso anche non averli più. Gli do fuoco immaginiamo. Fino a poco tempo fa qui volevo arrivare. Ma ora mi dico: no, anzi perché? Questo ho, vediamo: li sposto.

Li metto in montagna, vicino al fiume. Ci faccio giocare mio figlio.

Magari sarà un cancello inutile ma bello, una sedia comoda, un angolo tana. Già mi vedo ridere.

Ridere lo fai da troppo, non funziona. Ricorda la prima domanda, insomma veniamone a capo.

D’accordo ma per un istante. Tanto di cianfrusaglie vecchie da mettere in nuovi posti ne ho tante. Non vorrai mica che mi prenda sul serio una volta per tutte?

Per carità, eri tu la sofferente. A noi basta vederti girare a destra/ naturalmente.

V.Pinto

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