In alexauronzo.altervista.org
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Prima ancora che piantassero fiori e pomodori c’era una stalla,
era piccina e come nelle favole aveva il tetto di paglia. Lì se ne stavano le mucche e una ventina di conigli, fuori di là invece venivano ammazzati i maiali, gli stessi che i bambini, quando portavano loro da mangiare, chiamavano per nome.
La madre di mia nonna, Linda, una vecchina con i capelli lunghi fino ai piedi, era giovane allora e ogni mese correva in bicicletta fino a Belluno, perdendo tre chili e molto tempo, per portare i sacchi di farina a casa.
Quando tornava, tutti bisbigliavano: “che femena..” “che razza di donna…”
Un po’ le stavano alla larga, perché era così forte e così minuta,
che il contrasto dava un senso di spaesamento e non si sapeva se stringerla a sé o tenersi a debita distanza.
Tirava urla da aquila, bestemmiava in bellunese e feltrino,
e non c’era volta che lasciasse cadere un discorso, aveva da dire su qualsiasi cosa.
Un giorno ritornò da Belluno con un bel cavallo, grande, possente, lo portò nello spiazzo davanti alla stalla e lo legò all’albero che fiorisce tuttora.
Era una mattina d’inverno, i vicini incuriositi la raggiunsero presto. Mia nonna bambina ancora dormiva, sepolta da quelle coperte che impediscono ogni movimento naturale, la madre le diede un bacio e la svegliò.
“Ti ho portato un regalo” le disse e la trascinò con le coperte giù dal letto, fino alla strada.
“E’ bellissimo, devo trovargli un nome”
“Lo potresti chiamare Elio, a me piace”
“Dove lo mettiamo?”
“Dove lo mettiamo? Nella stalla”
Linda lo prese e insieme al Barba l’accompagnarono alla porta. A seguire un nugolo di borbottanti commentatori.
“Qui non ci sta -disse lui- dobbiamo disfarla, costruirne un’altra”
Tutti d’accordo. E così fecero. Lavorarono per giorni, ognuno contribuì a suo modo.
Quando la stalla sembrò a tutti pronta, si misero là fuori, una ventina di lavoratori, un bicchiere di vino e un panino, e guardarono il loro capolavoro ridendo, bestemmiando religiosamente e sparlando di quei tedeschini spauriti nascosti nei loro boschi.
Il cavallo, che aveva atteso tanto scalciando al freddo, mosse finalmente due passi in avanti e fece per entrare, ma arrivato all’ingresso si trovò il tetto della nuova stalla in gola.
Il Barba lo prese dal collo, gli tirò giù la testa, gli assestò un paio di spintoni, ma non c’entrava, c’era poco da fare.
La bestia era ormai entrata, se si fosse abbassata, se solo avesse collaborato, la stalla le avrebbe coperto anche il sedere!
Era tutto quello che i lavoratori, guardando da lontano, riuscivano a dire. Ma era un animale testardo, troppo fiero per chinarsi. Era un animale presuntuoso.
“Moete! Vaca d(e) na bèstia, moete, inçe, inçe!” gli gridava il Barba e si asciugava il sudore.
“Muoviti vacca di una bestia, muoviti, dentro, dentro!”
ma il cavallo sbuffò, si liberò dalla presa, nitrì e tornò fuori.
Nell’aria decine di imprecazioni, tante quanti gli uomini, e una donna. Linda.
Ne tirò giù tante che gli uni alzarono gli occhi al cielo
e l’altro, il marito, si fece il segno della croce: “che femena, tase ‘n tin, diopovero!” “che razza di donna, e taci! sempre diopovero”
Questo cavallo è uguale a te. Questo cavallo le assomiglia. Forse lo pensò, forse se lo passarono d’orecchio in orecchio. Strana la moglie strano il cavallo, magari lo sussurrarono. Ma si fece silenzio.
E a quel punto, vedendo la brutta situazione e non sapendo cosa fare,
mia nonna che sapeva disegnare e far passare i malumori alla gente, quella lei bambina che era il ponte più resistente tra sua madre e il mondo, prese foglio e matita e ordinò a tutti di mettersi in posa:
venti lavoratori disperati, una stalla larga ma bassa, un cavallo fiero, altezzoso, gigante.

V.Pinto

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