anne sexton

La Commedia

Sono l’attore.
È difficile per una donna sola
recitare una commedia intera.
Recitare la mia vita.
Il mio monologo.
Inseguo le mie mani
senza raggiungerle mai.
(Le mani sono fuoricampo –
anzi, dietro le quinte).
L’unica azione scenica è correre,
correre per stare al passo,
senza riuscirci mai.

All’improvviso smetto di correre
(questo movimenta un po’ la trama).
Tengo discorsi, a centinaia,
preghiere monologanti.
Dico cose assurde del tipo:
le uova non devono bisticciare con le pietre
o tieniti il braccio rotto dentro la manica
o io sto in piedi eretta
ma la mia ombra è obliqua.
E via discorrendo.
BUUU! BUUU!

Ma io imperterrita fino all’ultima battuta:
“Chi è senza Dio è come un serpente
che vuol ingoiare un elefante!”

(SIPARIO)

Il pubblico scappa subito via.
È stato un cattivo teatro.
Questo perché sono io l’unico attore
e sono pochi gli esseri umani la cui vita
detterebbe una commedia interessante.
Siete d’accordo?

Remando

Esperienza! Esperienza!
(lascia che vada, lascia che venga):
fui ammaccata in questo mondo
come il parafango di una Plymouth;
la prima volta fu
sbarre glaciali di culla,
poi bambole,
la devozione alle loro bocche di plastica;
poi fu la scuola,
piccole file di seggioline,
scarabocchiavo di continuo il mio nome,
ignara e ingolfata,
una i cui gomiti non funzionavano.
Poi ci fu la vita,
le sue case crudeli
e le persone che si toccavano di rado
– anche se il tocco è tutto –
eppure fortificavo
come un maiale con l’impermeabile fortificavo;
e poi furono molte strane apparizioni,
pioggia uggiosa, il sole che trasmuta in veleno
e tutto, tutto un lavorìo di seghe nei cavi del cuore,
ma io fortificavo, fortificavo
portavo rubini e compravo pomodori.
E adesso, di mezz’età,
con la testa d’una diciannovenne,
io sto remando, remando,
con gli scalmi arrugginiti che s’inceppano
e la marea che ammicca e biancheggia
come un occhio esorbitato
ma sto remando, remando,
anche se il vento mi respinge
e so che l’isola non sarà perfetta,
avrà i difetti della vita,
le assurdità della tavola da pranzo.
Ma ci sarà una porta
ed io l’aprirò
e mi sbarazzerò del ratto che ho dentro,
il ratto pestilenziale che mi rode.
Dio lo prenderà fra le sue mani
e lo abbraccerà.
Come dice l’africano:
questa è la mia storia, e ve l’ho raccontata;
che sia brutta, che sia bella,
portala altrove e lasciala in parte
tornare da me.
Mi transito dall’esperienza ancora che remo.

Traduzione: Rosaria Lo Russo

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