scrittura olivetti

Barcellona, gennaio 2001. 21 anni.
Olivetti in braccio, quaderni in zaino, qualche vestito e trecentomilalire.
Questo il mio bagaglio per andarmene da tutto, capitale, amici, casa in rovina.
Stanca di svegliarmi e pulire il prato dalle siringhe per ritrovarle il giorno dopo, stanca delle libertà dichiarate e delle schiavitù negate, stufa marcia dell’esibizionismo di idee rivoluzionarie che scontravano con le azioni quotidiane.
Svuotata la bottiglietta di chetamina nel lavandino per poi maledirmi, troppo poco lucida per non pensare che fosse acqua sporca, cantato l’ultimo inno nazionalpopolare anarchico, abbracciati quelli che erano la mia famiglia, amati e odiati compagni, era decisamente ora di sgranchirsi le gambe intorpidite, di mettersi in viaggio. Sola, sperduta nel grande mondo sconosciuto.
Ah! Romanticherie.

Dagli scritti di quel periodo: “E rivolgo il mio sguardo altrove, a nordest più raramente a sud, mi accendo una sigaretta e quella si spegne, e bestemmio internamente mi muovo come se aspettassi quando ho voglia di scappare. Perchè è questo potere che mi lascia disarmata, questa libertà che una moltitudine va cercando, questo senza limiti che fa vendere gli orologi e io non so che farmene.
ChemidedagarmagovaVeranika. Questo continuo “chiudetemi gli occhi, ho fretta” , i masochisti metafisici, l’illimitato desiderio di muoversi che è troppo facile a spiegarsi come terrore della stasi ma è crudele chiamarlo pigrizia. Me ne rimango inerme, le pupille dilatate dalla stupore: ma liberi di che? Stiamo marcendo.”

“Non arrivo qui per andare là, non mi voglio muovere a balzi di progressioni geometriche 2 …4 …8 …16…me ne voglio andare! E non a salti per raggiungere altri salti e saltellanti sereni! Tappe, muri, percorsi…lo stato di tensione della direzione dell’esperienza. Avanti avanti, tutto è stabilito! Eh no, non posso assecondarlo.”

Barcellona mi accolse come mi avevano detto: prendendosi tutto. Già alle prime ore dall’ingresso trionfante in città, non mi rimase che l’ Olivetti, una busta di   arance, e fortunatamente il tabacco.
Mi ero fatta aiutare a trovare un posto dove dormire, e quel ragazzo davvero gentile, che ai saluti non persi l’occasione di abbracciare, dopo avermi trovato la sistemazione aspettò che uscissi, entrò nella stanza dalla finestrella che dava sul bagno, si prese il mio zaino e via.
La moneta, all’epoca, non era unica quindi ero uscita per cambiare i soldi per la stanza, comprare le arance e il tabacco. Sul muro rimasero le impronte delle sue scarpe, le guardai a lungo quando rientrai. Le disegnai.
Piccola. Stupida. Ingenua. Piccola e Stupida. Ingenua. Pensai mangiandomi un’arancia.
Contai quante ne avevo, decisi la mia razione quotidiana per pranzo e cena. Non erano molte, e la stanza era pagata solo per tre notti. Avevo poco tempo per trovarmi un lavoro e un posto dove stare.

“Come si dice: cerco lavoro?” “busco trabajo.” “bene, buschiamo il trabajo.”

All’alba la missione cominciò, ero triste e eccitata, scesi la Rambla, vidi il mare, arrivai alla Barceloneta. Busco trabajo. La camminai tutta, entrai per ogni porta. Busco trabajo. Nada.
Era sera, ero stanca. Piansi un po’ e davanti al mare mangiai un’arancia. Ah! Romanticherie.

V.Pinto

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