carmencitaIl giorno dopo ripresi la via, ricominciai con energia a domandare a chiunque se avesse un lavoro da farmi fare. Posso pulire qui e indicavo, posso tenere il bambino e cullavo, so fare il caffè, i panini, so fare la spesa e mi caricavo fingendo due buste pesanti. Ne ho bisogno, vi prego.

Questo lo tacevo ma forse i miei occhi lo mimavano come il resto, e forse il bisogno degli altri agli altri spaventa.
Era l’ora di pranzo quando entrai in quel bar, un chiosco che faceva angolo con una stradina stretta, un corridoio angusto che alla fine apriva la vista al mare. Dopo tutto quel lungo buio ancora più blu brillante, profondo.
Entrai e vidi la proprietaria seduta a un tavolino, davanti a lei una teglia di pasta al forno fumava. Mi avvicinai e le raccontai la mia storia, le dissi ciò che avevo detto agli altri, in uno spagnolo ridicolo, gesticolando, in un italiano basico.
Ma avevo fame e mentre lei domandava, io rispondevo guardando la pasta al forno. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso, la concentrazione si perse via, i miei obiettivi cambiarono in fretta. Non cercavo più lavoro e sistemazione, o almeno sì ma in un secondo momento, l’obiettivo primario era la pasta.
Hai famiglia?
No.
Hai qualcuno qui?
No.
Avevo l’acquolina.

Offrimi la pasta Carmencita, fai la brava, poi parliamo.
Lei però stava aspettando suo marito, il figlio e la nuora, e aveva un’aria pasciuta, non guardava affatto il piatto, aveva l’aria precisa di chi aveva finito un lauto aperitivo dieci minuti prima. Voleva parlare, ero il suo intermezzo.
-Ma perché sei venuta fin qua?-
Volevo andarmene via, volevo scappare da tutti e da tutto, avrei voluto rinascere ma partire era l’unica opzione fattibile.
-Volevo studiare-
Girati Carmencita, clienti entrate, impegnatela! se si gira mi frego la teglia e scappo. Girati Carmencita, vai in bagno. Possibile che non ti telefoni nessuno? Possibile che tu non abbia di meglio da fare che rimanere qui a scortare la teglia?

E glielo dissi: la lascio mangiare signora, la pasta si sta freddando. Lo dissi in italiano e lei capì. Capì tutto la Carmencita. Scese dal pero con l’agilità dei suoi 130 chili e il tempo necessario, una mezz’ora di chiacchiere con una che se la sarebbe volentieri divorata.
E mi riempì il piatto, versò il vino, mi disse che tutto si sarebbe messo a posto. Mi sentivo Gesùcristo nel suo periodo d’oro.

Dalle letture di quel periodo: Di che vive l’uomo? B. Brecht
Voi che alla retta vita ci esortate
e ad evitare il fango del peccato
prima di tutto fateci mangiare
e poi parlate pure a perdifiato.
Voi che alla vostra ciccia tenete e al nostro onore,
date ascolto, sappiatelo, è così:
solo saziato l’uomo può farsi migliore![…]

Sì, ero una ragazza decisamente diversa. Già notavo dei piccoli miglioramenti. Diventai presto benevola con lei e con l’umanità tutta, passai il pomeriggio a sorridere agli sconosciuti che entravano, a darmi da fare per qualsiasi cosa servisse a Carmen. Smisi, dopo appena la seconda forchettata, di chiamarla tra me e me Carmencita e mi parve subito più bella, proprio in viso, ma anche il suo corpo, dopo i fusilli con tonno e parmigiano, aveva preso nuova grazia.
A sera Carmen mi disse che sarei potuta rimanere, che avrei lavorato al bar ma che purtroppo a casa sua non c’era spazio e che se mi accontentavo avrei potuto dormire nel magazzino, era giusto lì dietro, avrebbero portato un materasso e un piumone, avevo una torcia? perchè lì non c’era la luce. No, non avevo nulla ma sì mi sarebbe andato bene! Grazie: mille, ancora, tante, di cuore, davvero. Mi abbracciò, sprofondai in tutta la sua morbida carne.
Feci la doccia a casa sua, avevo vestiti? No, si era preso pure quelli. Stupida. Stupida. Ingenua.
La nuora tirò fuori un paio di jeans elasticizzati e una camicia bianca, mi guardai allo specchio: oh guarda! una ragazza per bene.
Non mi piacevano quei vestiti, mi sentivo fuori posto, ma sono sempre stata una trasformista. D’altronde era questione di abitudine, e di non lasciarsi prendere dalla mistica dell’identificazione. Indossai quei vestiti con distacco e più loro si assestavano e prendevano le forme del mio corpo più io mi allontanavo dall’idea che ne avevo. Presero ad essere cose coprenti e non più cose significanti come era stato da sempre ogni mio capo d’ abbigliamento fino a quel giorno. Semplicemente ne avevo bisogno.

V.Pinto

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