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Opera di Enrica Berselli

Perché mi si opprimeva/perfino nel mio corpo/fino nel corpo/ed è allora che ho fatto saltare tutto/perché nessuno mi tocchi mai più/nel corpo.

Antonin Artaud

A volte sono seria. Non ho voglia di giocare. Posso mettere da parte parrucca e baffi, cappelli, code e calze. Posso lasciare agli oggetti un tempo di tregua dalla mia definizione. Un tempo in cui stiano tranquilli, impassibili svuotati di ogni significato, resi tutto come la parola scrutata da vicino. Qualsiasi. Come un essere, qualsiasi, sotto un occhio vigile, cosciente.

Ascoltare il mio corpo. Assaporarne il vincolo materiale psichico indecifrabile, uscire dallo stato di controllo e giudizio sovraimposto, interiorizzato. Pensare al flusso del sangue che scorre, dialogando con la minima percezione. Con l’assenza, il vuoto, la falla umana di percezione. Dove non arrivo, non si arriva e bisogna trovare il coraggio di dichiarare d’essere al buio.

A volte ho bisogno di essere seria, lasciare da parte anche la sovversione del gioco, la cui materia sovversiva viene così raramente analizzata.

Che parli solo il corpo. FuoriDentro.

Fuori: e se l’esterno, la pelle è qualcosa che devo guardare, con la lentezza e l’amore con il quale si osserva un corpo amato, come la carezza o la lingua che si posa e definisce lo spazio di un* amante, con la stessa spinta erotica che vorrebbe penetrare la pelle e gli scheletri per cercare l’essenza di una persona, dietro il velo degli organi.
Così lentamente, con accuratezza, mignolo a mignolo, tutta la superficie del corpo.

Con cura, svelarmi tutto ciò che dovrebbe stare nascosto. Che ho nascosto.
Solo la superficie, nient’altro che una mappa di fatti avvenuti letteralmente sulla mia pelle. Individuali, storici, come ogni fatto.
Un corpo nudo, di sesso femminile, una donna. L’equazione a prima vista sembra reggere, guardo, non trovo conferme. Un seno più grande uno più piccino, le smagliature, tagli, cicatrici, abrasioni, le ferite che compaiono, come poesie sotto la pioggia, solo a sfregar bene il viso con il sapone. Solo il mio corpo.

Il mondo mi dà il permesso di giocarci. Io da brava dico Sissignor*, e da ribelle divento albero e dea, cane rabbioso, mostro, bambino, uomo, sasso o tavolo. Ma si fa tardi, è già ora di tornare.
Posso giocare,-dicono- fino a certi limiti. (Dalla trasformazione, mia cara, devi saper ritornare, se ti spingi troppo oltre, chissà il limite dove ce lo farai arrivare!)
E se dicessi che per me quella non era una “trasformazione”? Se dicessi che sono io quel sasso, quell’uomo, cane individuale quanto questa me donna a cui dai valore oggettuale?

Ma mi sono stancata anche di giocare oggi. Una noia mortale.
Mi piacerebbe che il paradosso dell’identità definita attraverso il corpo non avesse bisogno di questa pantomima, per svelarne l’illusione. Potersi guardare, entrare, senza erotismo né aggressione nello spazio intimo, privato delle persone. Darci la possibilità di poterci toccare, anche solo con gli occhi. Mi piacerebbe, oggi.

DentroFuori

Dentro: L’impulso, la costruzione, la repressione, la lotta ostinata contro vincoli che si codificano in forme, in comportamenti, nel modo in cui faccio e penso un’azione, che determinano quello che può essere la causa di una reazione.
Che per accorgersene non basta osservarsi con amore allo specchio. Occorre che ci si svegli un giorno e ci si guardi con l’occhio della coscienza del bambino esploratore. Le mie spalle perché così? e come siedi, cammini, come “stai”? perché in quel modo? Quanto spazio occupi? Come afferri e lasci, perché?

Quello che è stato codificato e largamente naturalizzato abita nel mio corpo in forme precise. Persino la reazione a tali imposizioni, quando scoperte, è collocata in una parte del corpo che posso vedere. Condiziona il mio movimento, il contatto con l’altr* il modo in cui mangio, dormo e penso alla me mangiante, dormiente eccetera. Eccetera.

Sotto, vicino alle vertebre lombari  trova posto la fuga, il ricordo della fuga reso corpo, postura. Le natiche strette, quell’incedere a bacino spinto in avanti, la reazione: sfrontatezza, le gambe che si allargano, che seguono la paura come in vecchio western. Perché se non vuoi morire non devi pensare di sparare prima. Devi essere lo Sparo.

Sopra, all’altezza delle vertebre cervicali, invece, dorme la rimozione, il peso da sopportare, razionalizzare, elegantemente, e la reazione: le spalle si fanno larghe, la testa dondola disconnessa dal resto: piccola zebra di legno, ché se la spingi rimbalza in ogni direzione: come a dire: guardate, non ci sono, sono altrove.

Il giovane cowboy che mi spinge a camminare dal bacino è un movimento che la cultura destina al maschile, la vecchia zebra che dondola e si piega, femminile, e così per ogni centimetro della mia pelle universale che ha vissuto, si è ribellata, ha sofferto ed è esplosa in batticuore di felicità raggiante, una categoria, una definizione. Da fare a pezzi, per uscirne viv*.
Ma oggi sono stanca di giocare. Guardami, sono nuda qui davanti a te, puoi sentire tutta la mia storia e ogni storia dell’umanità, condensata in questo mio corpo, lascia che ti guardi, che accarezzi con lo sguardo tutta la tua storia nel tuo corpo che respira e racconta attraverso sé, l’umanità anche lui. Ora, fatti toccare.

Veronica Pinto

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