Nella nostra società così apparentemente dedita al discredito e alla critica, è ben difficile che la fiducia riceva forza e sostegno. Un sobrio esame dei dati forniti dall’evidenza della vita sembrerebbe infatti giungere alla conclusione opposta , confermando la perpetua volubilità delle regole e la fragilità dei legami. Ma significa forse ciò che la decisione di Logstrup di investire speranze di moralità nella spontanea, endemica tendenza a fidarsi degli altri è stata invalidata dalla endemica incertezza che satura il mondo di oggi?

Si avrebbe tutto il diritto di pensarlo, se non fosse per il fatto che Logstrup non ha mai pensato che gli impulsi morali nascono dalla riflessione. Al contrario: egli sosteneva che la speranza di moralità poggiava precisamente sulla sua spontaneità preriflessiva: “La pietà è spontanea perché la sua benché minima interruzione, attenuazione o asservimento ad altri fini la distrugge del tutto, e anzi la trasforma nel suo esatto contrario: la spietatezza”

Emmanuel Lévinas è famoso per aver sostenuto che la domanda: “Perché mai dovrei essere morale?” (vale a dire implicare quesiti del tipo: “che ci guadagno? “cosa ha fatto quella persona per me per giustificare la mia attenzione nei suoi riguardi?”, “perché mai non dovrei infischiarmene quando tante altre persone lo fanno?” o “non potrebbe farlo qualcun altro al posto mio?”) non è il punto di partenza della condotta morale, ma un segnale del suo decesso; così come qualunque amoralità nacque con la domanda di Caino: “Sono forse il guardiano di mio fratello?” Logstrup sembra essere d’accordo.

Il bisogno di moralità ( questa espressione è già di per sé un ossimoro, qualunque cosa risponda a un bisogno non ha nulla a che fare con la moralità) o semplicemente “l’appropriatezza della moralità”non può essere stabilita, e tanto meno provata, in modo discorsivo. La moralità non è altro che una manifestazione di umanità innatamente indotta: non “serve” alcun “fine” e certamente non è guidata da un’aspettativa di profitto, agio, gloria o autocelebrazione.[…]

Nelle azioni morali, “qualsiasi secondo fine è escluso” afferma Logstrup. L’espressione spontanea della vita è radicale precisamente in virtù dell’ “assenza di secondi fini” – sia amorali che morali. Questo è un motivo in più per cui quella domanda etica, quella pressione “oggettiva” a essere morali che emana dall’idea stessa di essere vivi e di condividere il pianeta con altri, è tacita e tale deve restare.

Poiché “l’ubbidienza alla domanda etica può facilmente trasformarsi (essere deformata e distorta) in un motivo di condotta, la domanda etica dà il meglio di sé quando viene dimenticata e non ci si pensa su: la sua “radicalità” consiste nel suo chiedere di essere superflua”. L’immediatezza del contatto umano è sostenuta dalle immediate espressioni di vita” e non abbisogna di altri supporti- o meglio non li tollera.[…]

Spontaneità e sovranità delle espressioni della vita non garantiscono che la risultante condotta sia la scelta eticamente appropriata e lodevole tra bene e male. Il punto è, tuttavia, che errori e scelte corrette nascono dalla medesima condizione – così come avviene per il vile impulso a rintanarsi nel rifugio premurosamente offerto dal comando autorevole e l’audacia di assumersi le responsabilità.

Se non ci si prepara alla possibilità di fare scelte sbagliate, diventa impossibile perseverare nella ricerca della scelta giusta. Lungi dall’essere una grande minaccia alla moralità (e quindi un abominio per i filosofi etici), l’incertezza è l’humus naturale della persona morale e l’unico terreno dal quale la moralità può germogliare e fiorire.

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