“Stella, mi stavo chiedendo: un dente è parte di noi stessi vero? come un pezzetto della nostra personalità?
Una volta ho letto da qualche parte che un uomo aveva perso un braccio in un incidente e volle farlo seppellire in un cimitero. Le autorità glielo proibirono, il braccio fu cremato. Tutto qua. Mi domando: se hanno rifiutato di dargli le ceneri -se è così-, con quale diritto?

Dimmi: in quale preciso momento un individuo smette di essere quello che crede di essere?
Mi tagli un braccio, bene, io dico: me e il mio braccio. Mi tagli anche l’altro braccio, io dico: me e le mie due braccia. Togli il mio stomaco, i miei reni -ammettendo che sia possibile- io dico: me e e il mio intestino.
-Segui vero?-
Ora, se mi tagli pure la testa che cosa direi? me e la mia testa o me e il corpo? che diritto ha la mia testa di chiamarsi me, che diritto?”

Da “L’inquilino del terzo piano”, Polanski 1976, tratto dal romanzo di Roland Topor

E quanto ci è caro e facile non vedere, soprattutto nelle relazioni con L’AltrA, che in Noi abita un inquilino dubbioso e fragile, che ci spinge a tagliare, strappare, togliere parti di noi stesse come fossero denti, intestini, teste? Anestetizzate al dolore dell’anima, disposte a strappare fino all’ultima briciola di Sé, per l’illusione di riempire un vuoto d’amore? E quanto brave siamo infine a colpevolizzare? A sentirci svuotate da? Dimenticandoci di quanto l’ennesimo rapporto andato ai cani sia stato in tutto e per tutto un’avventura a specchio di auto-mutilazione?

Veronica Pinto

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