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Foto: Ren Hang

 

Ascolta. L’acqua che scorre. Il campanile che suona le undici meno un quarto, il vocio in lontananza e più lontane le macchine, un clacson, una bestemmia. Senti, il piccione che si avvicina alla mollica, la gatta in calore, quell’uomo che dice: mo’ nonno te porta a vedé le pecore. Sopra nel cielo senti il rumore di un aereo che passa, niente che ti desti preoccupazione, e l’ambulanza, una sirena tra tutto il vociare. Il caso chissà, qualcuno che muore o si rompe il femore, la vecchiaia, una fatalità.  La creatura piange, non per fame, non per dolore. Osserva, la luce colora metà piazza, il resto in ombra per chi di questa stagione ha i capogiri. I vecchi camminano lenti portando i loro carichi a rotelle, qualcuno corre. E tu sai che dovunque in questa piazza, dentro le vite di tante persone, tu sai, per quanto la campana abbia un suono dolce, che la violenza che forgia queste nostre vite è bestiale. Dietro il velo, in questo andirivieni pacifico, dalla nascita, è bestiale. Il gioco cruento del genere imposto, la divisione per colore e destini, le file per la mensa, la punizione. Il genitore. Dal principio alla fine, il carnevale delle relazioni, della volontà di potere, la scelta dell’esclusione, le strategie, la rabbia, i ricatti, la mancanza di. I soldi. L’amore.  Ma senti: “mo’ nonno te porta a vedé le pecore”

Ascolta, un altro aereo passa, la campana fa il suo lavoro e l’acqua oh l’acqua scorre, ed è potabile. Niente scorte per oggi e sicuramente niente per domani. Non ci cadrà in testa che un po’ di merda, e ci dichiareremo fortunati a voler essere onesti. Questa favola feroce che alcune ed alcuni combattono, questa foresta irrealistica dalla quale vorremo scappare, perdendoci nel folto della fatica di ritrovare in noi il marcio del presunto fuori, lo schifo e l’impotenza, la violenza chiamiamola sottile che solo ogni tanto, non di prassi, esplode; tutto questo che a molte e molti sta stretto, per cui ci si potrebbe con diritto ammazzare, questo qui è la pace.

Veronica Pinto

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