Roland-Barthes

 

[WINNICOTT: “”La Crainte de l’effondrement”, 75]. Ma “la paura clinica del crollo è la paura d’un crollo che è già stato subito (“primitive agony”) […] e vi sono dei momenti in cui un paziente ha bisogno che gli si dica che il crollo la cui paura mina la sua vita è già avvenuto”. Lo stesso avviene, a quanto sembra, per l’angoscia d’amore: essa è la paura di una perdita che è già avvenuta, sin dall’inizio dell’amore, sin dal momento in cui sono stato stregato. Bisognerebbe che qualcuno potesse dirmi: “Non essere più angosciato, tu l’hai già perduto(a)”.

 

ANNULLAMENTO. Accesso di linguaggio durante il quale il soggetto giunge ad annullare l’oggetto amato sotto il volume dell’amore stesso: con una perversione propriamente amorosa, il soggetto ama l’amore, non l’oggetto.[…] Basta che, in un lampo, io veda l’altro nelle vesti d’un oggetto inerte, come impagliato, perché trasferisca il mio desiderio da questo oggetto annullato al mio stesso desiderio; io desidero il mio desiderio, e l’essere amato non è più che il suo accessorio.Mi esalto al pensiero di una così nobile causa, che non tiene nel minimo conto la persona che ho preso a pretesto (questo è almeno quanto mi dico, felice di potermi innalzare sminuendo l’altro): io sacrifico l’immagine all’Immaginario. E se un giorno dovessi decidermi di rinunciare all’altro, il violento lutto che mi colpirebbe sarebbe il lutto dell’Immaginario: era una struttura cara, e io piangerei la perdita dell’amore, non già la perdita di questa o quella persona.

 

Manipolare l’assenza significa far durare questo momento, ritardare il più a lungo possibile l’istante in cui l’altro potrebbe, dall’assenza, piombare bruscamente nella morte.

 

L’essere che io aspetto non è reale. […]l’altro viene là dove io lo sto aspettando, là dove io l’ho già creato. E, se lui non viene, io lo allucino: l’attesa è un delirio.

 

(Nel transfert, si aspetta sempre – dal medico, dal professore, dall’analista. Ancora più evidentemente: se sto aspettando allo sportello d’una banca, o alla partenza d’un aereo, subito stabilisco un rapporto aggressivo con l’impiegato, con l’hostess, la cui indifferenza svela e irrita la mia sudditanza; si può così dire che, ove vi è attesa, vi è transfert: io dipendo da una persona che si fa a mezzo e che impiega del tempo a darsi – come se si trattasse di far scemare il mio desiderio, d’infiacchire il mio bisogno. “Fare aspettare” [E. B.: lettera]: prerogativa costante di qualsiasi potere, “passatempo millenario dell’umanità”).
6. Un mandarino era innamorato di una cortigiana. “Sarò vostra, – disse lei, – solo quando voi avrete passato cento notti ad aspettarmi seduto su uno sgabello, nel mio giardino, sotto la mia finestra”. Ma, alla novantanovesima notte, il mandarino si alzò, prese il suo sgabello sotto il braccio e se n’andò.

 

Che cosa penso dell’amore? – In fondo, non penso niente. Certo, vorrei sapere “che cos’è”, ma, vivendolo dal di dentro, lo vedo in quanto esistenza, non in quanto essenza. […]

Voglio cambiare sistema: non più smascherare, non più interpretare, ma della coscienza stessa fare una droga e, attraverso essa, accedere alla visione netta del reale, al grande sogno nitido, all’amore profetico [ETIMOLOGIA: i Greci contrapponevano “onar”, il sogno puro e semplice, a “hypar”, la visione profetica (mai creduta). Segnalato da J.-L. B].

 

perché non potrei ottenere da me stesso di limitarmi ai piaceri allegri che l’altro mi dà, senza contaminarli, senza mortificarli con l’angoscia che serve loro da giunzione? Perché non potrei avere della relazione amorosa una visione antologica? Perché, per cominciare, non potrei capire che una profonda afflizione non esclude dei momenti di piacere puro (come il cappellano di “Madre Courage” [BRECHT: “Madre Courage e i suoi figli”, 1323] che spiega che “la pace esiste anche in guerra”) e, in seguito non potrei riuscire a dimenticare sistematicamente le zone d’allarme che separano questi momenti di piacere? Perché non potrei essere disattento, incoerente?

 

Ogni dolore, ogni infelicità, nota Nietzsche, sono stati falsati da un’idea di torto, di colpa: “Il dolore è stato privato della sua innocenza” [Nietzsche]. L’amore-passione (il discorso amoroso) soccombe senza posa di fronte a questa falsificazione. E tuttavia, in questo amore vi sarebbe la possibilità d’un dolore innocente, d’una infelicità innocente

 

Riecheggi la parola repressa che affiora alle labbra di ogni soggetto, quando esso sopravvive alla morte altrui: “Viva la vita!”
3. Dunque, io soffrirò con l’altro, ma “senza pesare”, senza dannarmi. A questo comportamento, insieme molto affettivo e molto controllato, molto appassionato e molto civile, possiamo dare un nome: è la “delicatezza”: essa è in pratica la forma “sana” (civilizzata, artistica) della compassione. (Ate è la dea del turbamento della mente, ma Platone parla della delicatezza di Ate: il suo piede è alato, esso tocca con leggerezza) [Simposio].

(Mani che si stringono – immenso dossier romanzesco, -gesto tenuto all’interno della palma, ginocchio che non si scosta, braccio allungato, come niente fosse, sullo schienale d’un divano sul quale, piano piano, la testa dell’altro viene a posarsi: è la regione paradisiaca dei segni sottili e clandestini: è come una festa, non dei sensi, ma del senso).

Il senso (il destino) elettrizza la mia mano; io sto per lacerare il corpo opaco dell’altro, sto per obbligarlo (sia che egli risponda, sia che rinunci o lasci perdere) a entrare nel gioco del senso: io sto per “farlo parlare”. Nel campo amoroso non vi è “acting-out”: nessuna pulsione, forse neanche nessun piacere, ma solo dei segni, solo una travolgente attività di parola: ad ogni occasione furtiva, dar vita al sistema (al paradigma) della domanda e della risposta.

 

A volte, un’idea balena nella mia mente: mi metto a scrutare lungamente il corpo amato (come il narratore davanti al sonno di Albertine) [Proust]. “Scrutare” vuol dire “frugare”: io frugo il corpo dell’altro, come se volessi vedere cosa c’è dentro, come se la causa meccanica del mio desiderio si trovasse nel corpo antagonista (sono come quei bambini che smontano una sveglia per sapere che cos’è il tempo). Questa operazione viene condotta in maniera fredda e stupita; sono calmo, attento, come se fossi davanti a uno strano insetto di cui improvvisamente non ho “più paura”. Certe parti del corpo sono particolarmente adatte a questa “osservazione”: le ciglia, le unghie, l’attaccatura dei capelli, gli oggetti molto particolari. P- evidente che in quel momento io sto feticizzando un morto. La prova è data dal fatto che, se il corpo che sto scrutando si scuote dalla sua inerzia, se si mette “a fare qualcosa”, il mio desiderio cambia; se, per esempio, vedo l’altro “pensare”, il mio desiderio cessa di essere perverso e ridiventa immaginario: io ritorno a un’Immagine, a un Tutto: io amo di nuovo.

 

Il canto è il prezioso complemento di un messaggio vuoto, interamente racchiuso nel suo indirizzo, poiché ciò che io dono cantando è al tempo stesso il mio corpo (attraverso la mia voce) e il mutismo di cui tu ti servi per colpirlo. (L’amore è muto, dice Novalis; solo la poesia lo fa parlare). “Il canto non vuol dire niente”: perciò tu sentirai che finalmente io te lo dono; inutile quanto può esserlo il filo di lana o il sassolino che il bambino porge alla madre.

 

Anzi, neppure come una pantofola, giacché la pantofola è stata confezionata per il tuo piede (la tua misura e il tuo piacere); il dolce è stato fatto o scelto per il tuo gusto: fra questi oggetti e la tua
persona vi è un certo qual adeguamento. Ma nel caso della scrittura, essa non dispone di questa condiscendenza. La scrittura è asciutta, ottusa; è una specie di rullo compressore; essa va avanti indifferente, indelicata; piuttosto che deviare dalla sua fatalità (del resto enigmatica), essa ucciderebbe “padre, madre, amante”. Quando scrivo, devo arrendermi a questa evidenza (che, in base al mio Immaginario, mi strazia): nella scrittura non c’è alcuna indulgenza; c’è semmai un terrore: essa soffoca l’altro, che, invece di cogliervi il dono, vi scorge un’affermazione di dominio, di potenza, di compiacimento, di solitudine. Da questo nasce il crudele paradosso della dedica: io voglio ad ogni costo darti ciò che ti soffoca.

(Spesso, noi verifichiamo che un soggetto che scrive non possiede affatto la scrittura della sua immagine privata: chi mi ama “per quel che sono”, non mi ama per la mia scrittura (e io ne soffro). Senza dubbio, amare contemporaneamente due significanti nello stesso corpo, è troppo. Ciò avviene assai di rado. E se per caso si verifica, allora è la Coincidenza, il Bene Supremo).

DE-REALTA’, Sensazione di assenza, di riduzione di realtà, provata dal soggetto amoroso nei confronti del mondo.

(Il mondo è pieno senza di me, come nella “Nausea” [Sartre]; esso gioca alla vita dietro un vetro; il mondo è immerso in un acquario; io lo vedo vicinissimo e tuttavia separato, fatto di un’altra sostanza; cado continuamente fuori di me, senza vertigine, senza annebbiamento, nella “precisione”, come fossi drogato. “Oh! quando la magnifica natura mi sta davanti rigida come un quadretto laccato…”) [WERTHER: 110]

 

Subisco la realtà come un sistema di potere. Coluche, il ristorante, il pittore, Roma in un giorno di festa, tutti m’impongono il loro sistema d’essere; sono “maleducati”. La maleducazione non è forse soltanto una “pienezza”? Il mondo è pieno, la pienezza è il suo sistema e, come ultimo dispetto, questo sistema si presenta come una “natura” con la quale io devo mantenere buoni rapporti: per essere “normale” (esente d’amore), dovrei trovare Coluche divertente, buono il ristorante J., bella la pittura di T. e piena di vita la festa del Corpus Domini: non solo dovrei subire il potere, ma anche simpatizzare con lui: “amare” la realtà?

Quale tipo di rapporto posso io avere con un potere, se non ne sono lo schiavo, né il complice, né il testimone?

 

A volte, per un attimo, mi sveglio e rovescio la mia caduta. A forza di aspettare con angoscia nella camera d’un albergo sconosciuto, all’estero, lontano dal mio piccolo mondo abituale, sale tutt’a un tratto in me una frase vigorosa: “”Ma che cavolo sto facendo qui”?” In quel momento, ad apparire “de-reale” è l’amore.
(Dove sono “le cose”? Nello spazio amoroso, o nello spazio mondano? Dov’è “il puerile rovescio delle cose”? [Lautréamont]. Che cos’è questo puerile? Il “cantare la noia, i dolori, le tristezze, le malinconie, la morte, l’ombra, il buio”, eccetera – insomma, ciò che, si dice, fa l’innamorato? O è invece: parlare, cianciare, blaterare, passare in rivista il mondo, le sue violenze, i suoi conflitti, i suoi rischi, la sua generalità – ossia, ciò che fanno gli altri?)

 

DICHIARAZIONE. Propensione del soggetto amoroso a intrattenere a lungo, con un’emozione contenuta, l’essere amato, a proposito del suo amore, di lui, di s‚, di loro: la dichiarazione non verte sulla confessione dell’amore, ma sulla forma, commentata all’infinito, della relazione amorosa.
1. Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro. E’ come se avessi delle parole a mo’ di dita, o delle dita sulla punta delle mie parole. Il mio linguaggio freme di desiderio. Il turbamento nasce da un duplice contatto: da una parte, tutta un’attività del discorso assume con discrezione, indirettamente, un significato unico, che è “io ti desidero”, e lo libera, lo alimenta, lo ramifica, lo fa esplodere (il linguaggio prende gusto a toccarsi da solo); dall’altra, avvolgo l’altro nelle parole, lo blandisco, lo sfioro, alimento questo sfioramento, mi prodigo per far durare il commento al quale sottometto la relazione.
(Parlare amorosamente, significa dissipare senza limite, senza soluzione di continuità; vuol dire praticare un rapporto senza orgasmo. Forse esiste una forma letteraria di questo “coitus reservatus”: il preziosismo).

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