Quando il ramo si spezza

Sono le due di notte
Al pronto soccorso lo psichiatra mi guarda
da sotto la sua cartella
con occhi pagati per prendersi cura
e mi chiede se vedo persone che non sono per davvero qui.
Gli rispondo: vedo delle persone,
come diavolo pensi che possa sapere se ci sono davvero o no?
Lui non ride e neanche io.

La matematica non è dalla mia parte
dieci punti di sutura su una bugia.
Giuro che non stavo cercando di ammazzarmi.
Volevo solo vedere com’era da dentro il battito del mio cuore.

E ora vai avanti di un anno.
Sono in un auditorium dietro a un microfono
leggo una poesia a quattrocento adolescenti sudamericani
che vivono col fiato sul collo dell’INS *
che si arrampica sulle schiene delle loro madri
e sto cercando con tutte le mie forze di nasconder loro le mie ferite
perché l’ultima cosa che voglio è questi ragazzi vengano a sapere
che mai nella vita ho pensato che fosse troppo dura.

Non ho mai visto una bomba cadere.
Non ho mai provato la fame.
Non ho neanche mai visto un fulmine abbattersi
anche se noi tutti abbiamo sentito arrivare il tuono
e non ci vuole un genio per capire che qualcosa sta bruciando.

Il fumo si alza in mezzo a noi,
forma muri così alti
da sezionare pezzi di cielo come polsi tagliati
finché le stelle non cadono a terra come sangue.
A noi tutti non resta nient’altro che un desiderio di morte.

E lui ha detto: “chiamami con il mio vero nome
sono il bambino in Uganda tutto pelle e ossa”
Ti ricordi il resto?
Che mi dici America di questo?
Gesù piange.
America, Gesù piange
ma guarda i tuoi occhi
secchi come la sabbia del deserto
che impolvera le fedi nuziali dei tuoi soldati.
Guarda la tua anima che finge di essere morta
perché la tua gabbia toracica è Abu Grahib
San Quintino, Guantanamo
e il tuo cuore che li ha colpiti così tante volte
da far sanguinare anche la luna.

Sai che i bambini in Palestina fanno volare gli aquiloni
per provare a loro stessi di essere ancora liberi?
Riesci a immaginare la sensazione di quel cordino tra le loro dita
mentre si inginocchiano sulla cenere dei nostri missili?
Puoi calcolare il numero dei morti dai colori che vedi nel cielo.

Il ramo si sta spezzando, la culla ribaltando.
In questo momento una bambina di sei anni se ne sta accucciata
in un fosso in Libano
a esprimere desideri al passaggio delle bombe cadenti.
Proprio ora, il nostro governo sta registrando i voti dei bambini neri e sudamericani
di quarta elementare,
per vedere di quanti letti nelle prigioni di Stato avrà bisogno nel 2021.
E adesso qui fuori c’è un uomo con le mani protese gonfie
di battiti di cuore che nessuno riesce a sentire.
Le sue guance fogli di musica stracciati
ogni sua lacrima un rotto crescendo che cade su orecchie tappate
e al suo fianco una ragazza con occhi che sono un inno
davanti al quale nessuno si alza.

Dottore, la nostra follia non sta nel vedere persone che non ci sono
ma nell’ ignorare quelle che ci sono.
Fino a che ci troviamo alle tre di mattina
nella stanza di un pronto soccorso
pieni di cicatrici e di vergogna
sommersi da un dolore che non sappiamo nominare e spiegare
perché dottore, stiamo sanguinando da fuori a dentro di noi.
La pelle non è insensibile.
Culture basate su avidità e distruzione
non selezionano prima e scelgono poi
chi uccidere.

Davvero crediamo che il nostro bisogno di Prozac
non abbia niente a che vedere con Baghdad, Kabul,
con la frontiera messicana, con le migliaia di ragazzini nelle scuole americane
che sanguinano dai tagli ai budget necessari per alimentare i carri armati,
e che non guariranno mai?

Grazie a Dio per il rifiuto
Grazie a Dio ci possiamo permettere i trucchi
per coprire bene la faccia a tutto questo.

Rivolgi il tuo sguardo al bel mondo.
Rivolgilo a tutte le persone sorridenti
e al cielo con un missile fra i denti
e alla guglia che si innalza dal suo cuore
e non una stella rimasta ad abbracciarlo

E alle voci di mille nazioni distrutte che dicono:
“Svegliatemi, Svegliatemi, quando il Sogno Americano sarà finito!”

*INS The United States Immigration and Naturalization Service

Testo Andrea Gibson
traduzione mia

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