Figlia di puttana. Orgogliosa e puttana.
So da dove vengo. Vengo dritta dalla fica di una ragazzetta romana: Lucia Giangregorio, i capelli crespi e le mani piccole, la pelle e l’anima ruvida e in fondo delicata. Una cresciuta da sola a Tor di Nona, morta troppo giovane, ammazzata dall’indifferenza, dalla povertà, dall’ipocrisia e dalla droga di stato degli anni settanta-ottanta. Una che a calci di pistola terrorizzava i baristi di borgata o se li scopava per campare lei e i fratelli minori. So da dove vengo ma penso che oggi sia ora di dirlo.

Soprattutto vorrei dire a lei e vorrei che il suono squarciasse la pietra e andasse fino in fondo alla terra, che oltre a le mani piccole, la pelle delicata, questi capelli crespi e gli occhi scuri, oltre il viso tondo e i fianchi larghi; in giro per il mondo c’è sua figlia a portare anche un pezzo della sua anima. L’anima di una puttana coraggiosissima che si mangia a mozzichi l’ipocrisia, a volte per ingenuità, altre per lotta. L’anima di una che ha smesso da un bel po’ di richiedere al mondo il certificato di sana e robusta costituzione fisica e mentale, che se la ride dei giudizi sputati dalle bocche degli ambienti tutti, borghesia interiorizzata trasversale; e che soffre a volte come un cane perché vede quanto lunga sia la strada della rivoluzione, quanto ne siamo lontan* nelle nostre vite, quanto solo le chiacchiere siano pane. Vorrei dirle che la sua morte non è stata inutile, che ho in mano io il suo fucile metaforico, che ha messo al mondo un’idealista figlia di puttana e puttana. Orgogliosa di sé e della sua storia frutto del suo grande amore. Grazie mamma.

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