Non mi considero una scrittrice, non mi considero una poeta. Non mi iscrivo più a concorsi, non prego gli/le editor* né piccoli né grandi, non me ne frega una mazza di una possibile pubblicazione. Non tento nessuna strada se non quella della scrittura.
Leggo molta poesia. Non mi affascina la critica, i saggi, le opere a più mani su vita e pensiero dei/delle poet*. Preferisco i saggi scientifici, di linguistica, filosofia. Detto questo amo scrivere, e questo è il posto che mi sono costruita e ho scelto, perché la scrittura evolve nel momento in cui si sottopone alla lettura altrui, e io ne ho bisogno. I testi sono testi, appartengono alla vita quanto al mondo della parola, e non mi voglio dilungare, chi capisce capisce. I miei limiti sono il gioco al rialzo che affronto ogni volta che mi siedo e scrivo. Non credo nel genio, nell’illuminazione, credo nel lavoro e nella fatica di tentare strade per l’espressione; sono una montanara. Non credo nei giudizi, nelle stroncature o beatificazioni di opere. Quando leggo cerco di capire e di trovare, in ogni luogo, qualcosa di bello. Non sono buona, sono una che mette insieme, cerca. Mi piace l’onestà.
Mi considero lesbica, madre, femminista. A poco a poco sempre più decisa. E nel mezzo dei molteplici significati che possono assumere queste etichette, in ognuna, so che ho molto da imparare. Non sono così forte né libera o consapevole. Non conosco mille mondi, persone, pensieri, pratiche. Ho un bagaglio ristretto di conoscenze che con impegno cerco di ampliare. E un bagaglio di ostacoli interni che cerco di saltare.
Più o meno questo è.
Veronica Pinto